Clima, l’Ue rischia di scoprirsi in ritardo

A poche settimane dall’inizio della 21° conferenza mondiale su Clima e Sostenibilità che si terrà a dicembre a Parigi (COP21 2015), l’Unione europea, da sempre capofila nella lotta al riscaldamento globale, potrebbe trovarsi a non rispettare i propri obiettivi di riduzione di CO2 dopo il 2020.

Entro quella data scadrà il Protocollo di Kyoto che impegna l’Ue e i paesi firmatari nel resto del mondo a ridurre le proprie emissioni e che dovrà essere prolungato con un nuovo accordo internazionale atteso a Parigi. Dagli ultimi dati pubblicati dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA), la situazione risulta ambigua. L’Ue parrebbe in traiettoria per raggiungere e superare il target del 2020, ma allo stesso tempo rischia di andare fuori strada per gli obiettivi 2030 e 2050, cioè quelli prefissati per il periodo post-Kyoto. I controversi dati sono contenuti nella relazione “Trends and projections in Europe 2015″.

Andiamo nel dettaglio. Secondo la relazione dell’AEA, le emissioni di gas-serra sono diminuite del 23% nel periodo 1990-2014 e si apprestano a raggiungere, nel 2020, quota -24% che diventerà -25% con le misure aggiuntive previste dagli Stati membri. Ufficialmente, entro il 2020, le emissioni saranno ridotte di almeno il 15%, ossia più del 10% necessario. Tuttavia, tali numeri andrebbero messi in prospettiva.

Carbon Market Watch, ONG che scrutina i mercati della CO2, afferma che le conclusioni dell’AEA sono falsamente positive. Le proiezioni degli Stati membri, infatti, mostrano che solo una piccola percentuale di abbattimento di CO2 corrisponde a una reale riduzione delle emissioni, gran parte delle quali viene invece semplicemente compensata grazie al surplus di permessi di emissione, generato nell’ambito del sistema EU ETS (European Emissions Trading Scheme).

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